.:IL VENTO DEL SAHARA:.
Qui di seguto, l'inizio del mio nuovo romanzo (materiale depositato presso la S.I.A.E.):




Una primavera scoppiata a primavera, col profumo dei pini e dell'erba appena tagliata che sapeva di buono e di cose nuove. Dicevano che l'estate, quell'anno, sarebbe stata particolarmente calda e afosa. In televisione si erano succeduti, in pochi giorni e in diverse trasmissioni e talk-show, tutta una serie di esperti dell'aeronautica, astronomi e geologi, per riferire agli abbonati del Bel Paese che le cose stavano cambiando, e pure in fretta… inquinamento incalzante, polveri sottili e il precipitare della situazione del buco dell'ozono, sempre più largo, sempre meno impermeabile ai raggi ultravioletti e sempre più pericoloso. Le cose si stavano mettendo proprio male, e se i grandi della Terra non avessero presto deliberato una tregua ambientale, le emissioni di gas nocivi, anidride solforosa, cfc e compagnia cantando avrebbero portato a un lento, ma sempre più rapido sfacelo. Ma a Oscar questo genere di cose non interessavano, o perlomeno non ancora.
Si allacciò strette strette le Superga bianche, e si mise a correre veloce lungo la discesa di mattoni cantando il motivetto imparato a memoria di un vecchio cartone animato. Un cartone che raccontava di giovani calciatori, bambini in grado di volare sul campo da gioco e fare goal dall'altezza poderosa di cinque o sei metri sospesi nel vuoto. Ma non pensava neanche a questi fenomeni della tele Oscar.
Pensava a una persona, e se il cuore gli batteva forte non era solo per la corsa a perdifiato, ma anche, e di più, per quel pensierino strambo che gli si era infilato dentro appena due giorni prima e lo riempiva di una gioia intensa e profonda, ma anche di una strana paura, capace quasi di togliergli il respiro. Se correva così forte, adesso, forse era per farsi coraggio. Perché sapeva che quando l'avrebbe rivista, questa persona, ne avrebbe avuto bisogno.

C'è una casetta piccola così, con un gran rumore di cicale... e c'è un omino piccolo così, che torna sempre tardi da lavorare...
Valentina non ci credeva: per la prima volta suo padre ci era riuscito.
Aveva riparato il mangiacassette azzurro di mamma, e questo, senza preavviso come la pioggia d'estate, si era messo a gridare a tutto spiano la canzone più famosa dell'ultimo album di Lucio Dalla. In vita sua, o almeno così credeva lei, suo papà non era stato mai in grado di cambiare neanche una lampadina, e vederlo soddisfatto e compiaciuto, accoccolato in mezzo ai cuscini del divano come un gattino sornione, era una immagine insolita. E le faceva quasi pensare che sarebbe andato tutto a posto e soprattutto che le cose, con la mamma, sarebbero andate meglio. Quando uscì in giardino per prendere la bicicletta, si soffermò un po' sulle note della canzone, che continuava a ripetere: Amore mio è arrivata l'estate, amore mio è arrivata l'estate... e si chiese dove poteva essere finita la mamma. Tolse il cavalletto, montò sulla sua mountain-bike nuova di pacca e si lasciò andare giù, mentre la voce di Dalla si affievoliva, fino a scomparire di botto. Un "Cazzooooo!" echeggiò nell'aria.
Valentina frenò di colpo, rischiando di cadere, e quando le ruote smisero di graffiare la ghiaia, un oggetto non identificato le atterrò davanti, vomitando un lungo nastro di sangue nero. Era solo l'inizio, l'inizio della fine… [...]
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